I 21 giorni per formare un’abitudine non vengono da uno studio.
Vengono da un chirurgo plastico degli anni Sessanta.
Maxwell Maltz aveva notato che ai suoi pazienti servivano circa tre settimane per abituarsi al proprio viso dopo un intervento. Lo scrisse nel 1960, con una parola poi caduta per strada: minimo circa 21 giorni.
Sparito il “minimo”, l’osservazione clinica è diventata regola ed è diventata lo standard per ogni app di produttività.
Il dato reale è diverso: lo studio più solido ha seguito quasi cento persone per dodici settimane rivela che il tempo mediano affinchè un gesto diventi automatico è 66 giorni con un intervallo che varia da 18 a 254 giorni.
Tradotto: se dopo tre settimane la tua abitudine richiede ancora sforzo è perfettamente normale.
Perché una forbice così larga?
Perché l’abitudine è un passaggio di competenza. All’inizio devi pensarci consciamente. Con la ripetizione il gesto si esegue da solo, nel cervello il controllo passa dai circuiti che valutano gli obiettivi a quelli che eseguono sequenze, diventando una competenza inconscia.
La frase più citata al mondo riguardo le abitudini “Siamo ciò che facciamo ripetutamente. L’eccellenza, quindi, non è un atto ma un’abitudine.” non è di Aristotele ma è di Will Durant, uno storico americano, che nel 1926 riassumeva Aristotele con parole sue.
Trovo singolare che le due cose più ripetute sulle abitudini (i 21 giorni e questa frase) siano entrambe storpiature di qualcosa di più serio.
Il punto è che sia i 21 giorni sia lo slogan sull’eccellenza promettono la stessa cosa: un arrivo. Un giorno in cui hai finito, sei diventato quella persona, l’abitudine è tua.
Non esiste il giorno in cui hai finito. Esiste un gesto che costa sempre meno finché lo ripeti, e che ricomincia a costare appena ti fermi.